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Martin Luther King, Tullio Tentori, Alain Touraine, Giuseppe Capograssi, Tonino Bello: attraverso il loro pensiero Silvia Liaci, sociologa, presidente del Club Unesco Barletta, ha guidato per prima la platea di spettatori di una conferenza sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che si è svolta pochi giorni fa a Bari presso la Residenza del Levante e organizzata dal Club Unesco Bari, per ricordare i sessant’anni anni appena compiuti dalla Dichiarazione.
Il presidente del Club barese, Roberto Lorusso, ha salutato i presenti, dando il via all’incontro con la presentazione del “passaporto” dei Diritti Umani, un’agenda tascabile riservata ai soci, che riporta al suo interno, oltre allo spazio per appunti, i trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la dichiarazione d’intenti del Club Unesco di Bari, che si riconosce nel motto da esso stesso ideato: “Con la Cultura protagonista della Pace”.
La conferenza ha offerto l’occasione per una lettura sociologica e antropologica della Dichiarazione. Riflessione che ci interroga più che mai sul valore e sul livello di diffusione e di attuazione dei principi affermati in trenta articoli, fortemente voluti dalle Nazioni Unite all’indomani dell’orrore della seconda guerra mondiale.
Silvia Liaci, autrice di un’importante raccolta di riflessioni sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si è soffermata sul pensiero del sociologo francese contemporaneo Alain Touraine. I suoi studi sulla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, proclamata in Francia nel 1788, rivelano il gran fermento intorno ai temi dei diritti umani che, già prima della Rivoluzione francese, bussano prepotentemente alla porta dei poteri, la abbattono e travolgono prima l’Ancien Regime, poi l’Impero napoleonico e la società industriale dell’800. Ma, fa notare Touraine, quella francese fu una Dichiarazione dei diritti borghese e fondata in assoluto sulla natura dell’uomo, una Dichiarazione densa di contraddizioni, nella quale “…l’individualismo è contemporaneamente affermazione del capitalismo trionfante e resistenza della coscienza morale al potere del principe”.
Appare ancora più evidente, così, la differenza tra quel documento e la Dichiarazione Universale del 1948, che fu invece “un atto potente di discernimento di quello che è bene da quello che è male”, per dirla con Giuseppe Capograssi, grande filosofo e giurista italiano del XX secolo. Egli catturò il vero spirito della Dichiarazione Universale e lo descrisse con passione alle generazioni del futuro: se anche la Dichiarazione si riducesse a pure formule teoriche, si può dire quasi che ciò non avrebbe importanza. L’importante è che “si debbano usare, che tutti siano costretti ad usare le grandi parole di personalità, dignità umana, libertà, diritto, che sono le parole della civiltà. Da questo punto di vista, anche se fossero solo parole quelle delle Dichiarazione, è cosa mirabile che solo queste parole gli Stati osino e possano pronunciare quando parlano ad alta voce e tutti gli uomini stanno a sentire”.
I concetti di libertà e di libero arbitrio, invece, hanno guidato l’intervento di Giuseppe Maiorano, docente di Bioetica all’Università di Bari e già Direttore generale di medicina ospedaliera presso il Policlinico barese.
Egli ha ripreso il pensiero del giurista Capograssi, che parlò di svolta della Dichiarazione Universale rispetto alla profonda crisi antropologica che negli anni ad essa immediatamente precedenti aveva gettato l’umanità “in un mondo caratterizzato dalla morte e dall’incubo”. Morte e incubo causati dalla diffusione di teorie e pratiche, che distinguevano tra “vite degne di vivere” e “vite non degne di vivere”. Un’idea per la quale l’umanità non ha valore in sé, quello che vale è il fine, lo scopo che i gruppi dominanti vogliono realizzare e verso il quale indirizzano l’individuo. Chi non partecipa non ha valore di uomo.
Giuseppe Maiorano è ripartito dal concetto di persona, non più come forza vuota e disponibile come era stata considerata prima e durante il conflitto, non animale privo della capacità di scelta, ma uomo come valore originario e finale.
Alla luce delle nuove questioni circa la vita e la morte, poste dagli sviluppi della medicina e della bioetica, appare necessario però ripensare i diritti originari dell’uomo, chiedersi cosa significhi oggi redigere un testamento biologico, quali i diritti da tutelare e quali i confini della personale libertà di ciascuno che, ha ricordato Maiorano, non deve essere mai lesiva della libertà altrui e deve rispettare sempre l’intransitabilità della vita umana.
E’ intervenuto infine il consigliere nazionale della Federazione Italiana Club e Centri Unesco, ing. Antonio Ruggiero, il quale ha manifestato una certa soddisfazione per l’interesse che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dopo sessant’anni, suscita ancora nell’animo delle persone, ma ha sottolineato il fatto che, purtroppo, in gran parte del pianeta essa resti solo una bella dichiarazione d’intenti o poco più. A rendere la situazione più pesante, le gravi difficoltà economiche che oggi attanagliano i bilanci di Unesco e ONU. Per questo è necessario che gli uomini e le donne di buona volontà in tutto il mondo siano attenti e vigili, affinché non rimanga ucciso anche il diritto alla speranza.
Al termine dell’incontro si è svolto un breve ma vivace dibattito, che ha visto protagonista il concetto di libertà e di libertà di scelta dell’individuo, specie in ordine alle decisioni del fine vita, tema di attualità e di travagliato dibattito legislativo in materia.
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